02
Giu
10

Visca Barna

La sensazione che si prova quando torni in un posto in cui hai vissuto è sempre dolceamara. Da un lato vieni assalito dai ricordi, dagli angoli, dai profumi. Dall’altro ( se sei fortunato) consideri che dopo tutto dove vivi adesso è meglio, la scelta che hai fatto è stata quella che ti sembra pié giusta. Bè dopo un anno sono tornata  a Barcellona. La piacevole sorpresa è che, a parte un paio di negozi, la cittá non è cambiata per niente. Soliti turisti ustionati dal sole della Barceloneta, soliti paqui che in qualsiasi angolo ti rifilano cerveza/beer o le loro empanadas misteriose, solite stradine del gotico piene di pozzanghere ed “odori” sospetti.

La cittá sembra che sia rimasta immobile pur muovendosi invece a ritmi sfrenati. Anche il mio vecchio posto di lavoro è identico. Stesse facce, stessi sorrisi e stesse prese in giro sull’Italia.

Bè devo dire che mi serviva questo tuffo nel passato. E’ come un pitstop che ti dá la possibilitá di sapere in che binario ti trovi – piú o meno – e verso dove stai andando.

01
Giu
10

Se io fossi l’ultimo

Da un paio di giorni a questa parte si parla e si specula sulla nostra possibile scarcerazione, noi che facciamo parte del gruppo dei 75 che ancora siamo sequestrati come vittime del totalitarismo castrista. Se la liberazione dovesse diventare cosa reale non sarebbe grazie e un gesto umanitario e di buona volontà del regime. No davvero. Sarebbe soltanto il risultato del tragico martirio del nostro compagno di lotta Orlando Zapata Tamayo, del valoroso altruismo del nostro caro fratello di dissidenza interna Guillermo Coco Fariñas, di queste sorelle esemplari che sono le Damas de Blanco e delle loro Damas di supporto, e – certamente – sarebbe dovuto agli errori e agli orrori del regime castrista.

Personalmente non considero la mia liberazione o l’avanzare della mia condanna più importante, bensì, – e questo sì che è fondamentale – l’istituzione di una linea di demarcazione totale rispetto ai diritti che riguardi la libertà delle persone, e che comprenda tutti i cubani. Giustamente cercando di raggiungere questo obbiettivo noi cadiamo nell’ergastolo comunista, a causa della pacifica lotta in difesa della verità, della libertà, della giustizia, dell’amore e affinché possa diffondersi nella nostra patria uno stato di diritto. Io con piacere vorrei essere l’ultimo prigioniero politico di coscienza nella più grande delle Antille, ma senza dimenticare in questi momenti, la paradigmatica frase del nostro Titano di Bronzo: “ La libertà non si elemosina, si conquista con la lama del machete”.


Gruppo dei 75, Prigione provinciale di Canaleta, Ciego de Ávila

25
Mag
10

Partecipiamo ad un contest?

The big hipstamatic show organizza un contest fotografico per tutti quelli che come me sono ormai diventati addicted di questa fantastica applicazione per l’Iphone.

Bè, Milano e Nespola (la vespa) partecipano a questo concorso…per votare semplicemente clicca su “mi piace” o “retwitta” il post che trovi all’indirizzo qui sotto! Abbiamo solo 5 giorniiiii! Andiamoooo

Hipstamatic

25
Mag
10

da Claudia Cadelo: Confessioni su un viaggio utopico

Ho trascorso questi giorni compilando i documenti per andare in Germania, sono stata invitata a partecipare a un incontro di blogger provenienti da tutto il mondo. Ho avuto il dubbio se scrivere o meno un post nel blog prima di terminare tutte le scartoffie. Alla fine i miei amici mi hanno convinto e oggi – dopo quasi un mese e mezzo – pubblico questo articolo e mi sembra di fare una doccia fredda mentre fuori ci sono quaranta gradi.

Scrivere del mio soggiorno nel Nono Girone, che sarebbe – già i lettori lo immagineranno – lo sporco e oscuro Ufficio Immigrazione e Rapporti con l’Estero del comune di Plaza, è un sollievo inimmaginabile. Giustamente in questo posto sgradevole – il cui nome esclude la mia presenza, visto che non sono straniera né sto facendo documenti per immigrare – ho passato otto ore della mia bellissima vita, facendo la fila per essere interrogata sul mio viaggio, sulla mia famiglia, mio marito, i miei studi e il sistema – addirittura – che utilizzo per collegarmi a internet…

Può risultare esagerato il numero di ore, per questo racconterò dettagliatamente i fatti, dalle otto e trenta della mattina in cui i miei piedi hanno oltrepassato l’entrata della vecchia casa numero 17 tra J e K, alle quattro del pomeriggio, quando alla fine sono uscita con mal di testa, necessità di andare al bagno, fame, sete, sonno, infelicità e una voglia terribile di mandare tutti a quel paese e andare a dormire per un mese.

Signori, vi giuro che trascorrere un giorno a chiedere un permesso per uscire dal Paese fa passare a chiunque la voglia di viaggiare.

Vi racconto dall’inizio: quando il sole ancora non splendeva sull’edificio, sono arrivata alla porta posteriore dell’Ufficio Immigrazione – avevo già superato, non senza problemi, la settimana prima la porta anteriore, quella in cui si “fa richiesta” per il passaporto… e visto che andiamo di richiesta in richiesta, sono riuscita a consegnare la mia carta d’identità all’ultimo momento, e ho saputo in quell’istante che la fila aveva avuto inizio niente meno che alle quattro del mattino. Per fortuna, mi aspettava una divina sorpresa: una vecchia amica che si trovava giusto davanti a me mi ha detto che anche lei stava “richiedendo”, così abbiamo passato il tempo insieme.

Prima delle nove e mezza tutti i nostri documenti erano già stati consegnati: passaporto, carta d’identità, lettera d’invito e la tassa – sarebbe meglio dire la Supertassa – di 150 CUC (pagati in anticipo, con o senza permesso di uscita e rimborsati in caso di non consegna del permesso). Vista la mancanza di qualsiasi cartello eccetto quello della A-H1N1 – e un dipinto dei Cinque Eroi che farebbe vomitare Edward Munch – a molti di quelli che sono arrivati mancavano dei documenti, o non sapevano che dopo le nove non era più possibile consegnare documenti, o non avevano i soldi per la supertassa (una poverina aveva la ricevuta ma non la tassa, la banca misteriosamente non gliela aveva consegnata). I più deprimenti erano gli anziani, con il bastone in una mano e i documenti nell’altra, confusi, sopraffatti dalla burocrazia e dal caos di persone che andavano da una parte all’altra.

Alle 11 ho scoperto che il bagno era inagibile – lo hanno rotto – sottolineò una delle persone vestite di verde. Alle 12 i dipendenti dell’ufficio sono andati a pranzo fino all’una e mezza, ma una signora ha continuato a lavorare e dunque ho deciso di restare anch’io, per la maledetta sensazione di “mi chiamano e io non ci sono”. Alle due del pomeriggio c’era così tanto sole che ho smesso di sventolarmi con il ventaglio per mettermelo davanti agli occhi. Alle due e mezza stavo quasi per farmi la pipì addosso e ho deciso di uscire per cercare un bagno. Alle 3 una signora diabetica mi ha detto: “non posso continuare senza bere acqua”. Alle tre e mezza una ragazza che aveva preso il biglietto alle quattro del mattino ha avuto una crisi isterica e se n’è andata, per fortuna è ritornata poco dopo. Erano quasi le quattro quando mi hanno chiamato.

Un militare molto giovane che portava una collana, orecchini, un anello d’oro e unghie finte di un metro e mezzo ha cominciato a fare mille volte le stesse domande sui miei studi e ha scritto nel mio fascicolo “FreCuentò una scuola per insegnare a scuola”. Dopo si è ossessionato con la dicitura “Amicizia in internet”.

“Ho molti amici in rete”.

“Come ti colleghi a internet?”

“Principalmente negli alberghi”.

“Quali alberghi?”

“Soprattutto il Cohíba e il Parque Central”.

“Questa informazione sarà verificata, se stai nascondendo qualcosa ti sarà negato il permesso di uscita”.

Ho sorriso. In che modo possono sapere se mi collego dall’albergo o se ho degli amici in rete? Non mi hanno mai chiesto la tessera per comprare le ore di connessione e, riguardo la mia corrispondenza privata, a meno che non entrino nella mia posta personale, non vedo altra forma di come possano verificare.

Dopo ha cominciato a indagare su mia madre, mio padre, mio marito e per un istante ho avuto il sospetto che anche i miei cani Anastasia e Wicho sarebbero usciti fuori nelle sue domande.

Per finire ha sentenziato:

“Vieni fra venti giorni e vediamo se ti danno il permesso”.

“Signorina, fra venti giorni il mio permesso sarà già scaduto”.

“Le informazioni che ci hai dato devono essere verificate, aspetta qua”.

Se n’è andato e poi è ritornato:

“Vieni venerdì e vediamo se è pronto”.

Quando sono uscita ho visto quelle facce che durante tutto il giorno andavano stancandosi sempre più, avrei voluto fermarmi e dire a ognuno di loro: “addio e buona fortuna”, ma ero distrutta. Non ho guardato neanche la ragazza delle quattro del mattino, mi vergognavo che mi avessero chiamato prima di lei. Alcune gocce sono cadute all’improvviso, goccioloni grossi ma troppo pochi. La mia amica mi ha detto:

“Perché ci sei stata così tanto tempo là dentro?”

“Non lo so, grazie per avermi aspettata, andiamo – e l’ho presa a braccetto per andare senza chiedere permesso sotto la pioggia.

Venerdì 7 Maggio

Dopo un paio di ore sono venuta a sapere che sarei dovuta tornare il mercoledì seguente. Sarà una coincidenza che il mercoledì è proprio il giorno in cui devo prendere l’aereo?

Mercoledì 12 Maggio

All’una e mezza sono arrivata all’immigrazione, piena come sempre di gente. Quando erano quasi le due mi hanno chiamata – la verità è che stavolta non potevo lamentarmi. Tuttavia, la voce che mi ha chiamata veniva da tutt’altro lato rispetto alla porta dove prima avevamo consegnato i nostri documenti.

C’è stata un po’ di tensione nella coda quando si è udito: “Claudia Cadelo”, ma visto che non avevo idea di quale fosse la porta in cui dovevo entrare ho chiesto:

“Dove devo andare?”

Qualcuno mi ha detto:

“Domanda a questa porta che è quella da cui ti hanno chiamata”.

Mi sono avvicinata e un militare si è lamentato:

“Perché entra se non ha bussato?”

“Ma se mi avete chiamata…”

“Ah! Tu devi andare dall’altro lato”.

Vado dall’altro lato e un uomo mi domanda:

“Sei tu la blogger?”

“Sì” – ho risposto con un sorriso e con i nervi in tensione, perché chiaramente l’aria si era fatta “elettrica”.

“Per favore, venga di qua. Potrebbe chiudere la porta quando entra? Grazie. Lei non può viaggiare, per il momento”.

Sono uscita e ho percepito la solidarietà di tutti quelli che aspettavano di essere “convocati”, il ragazzo che mi aveva chiesto se ero io la blogger mi disse:

“Vivo in Spagna, leggo il tuo blog, non ti abbattere, fa che questo non ti tolga le forze”.

“Non me le toglierà, grazie”.

Traduzione di Barbara La Torre – barbara71282@gmail.com

Coordinamento Gordiano Lupi – http://www.infol.it/lupi

19
Mag
10

Richiesta di solidarietà

Ottantasei mesi. Questo 18 maggio noi che facciamo parte di un  gruppo di 75 persone che siamo ancora sequestrati e incarcerati come vittime del regime totalitario castrista, compiremo 7 anni e due mesi di isolamento dal nostro mondo e dai nostri affetti. La motivazione è quella di essere stati comunicatori sociali e di aver lottato in favore dei diritti e delle libertà che riguardano la dignità di ogni essere umano.

Questo stesso giorno si riunirà a Madrid, in Spagna, il vertice tra l’Unione Europea, il Sudamerica e i Caraibi, che avrà fra i punti del giorno il tema Cuba.

Per questo motivo abbiamo deciso di iniziare uno sciopero della fame di 72 ore, affinché chi parteciperà a questo vertice non si dimentichi che a Cuba esistono prigionieri politici e non vige uno stato libertario. Vogliamo altresì ricordare, con questa azione, che un nostro fratello di ribellione, Guillermo “Coco” Fariñas compie in questa precisa data 84 giorni di sciopero della fame, mentre cerca ancora di far liberare circa venti prigionieri rinchiusi nelle carceri comuniste cubane.

L’Unione Europea è formata da 27 Paesi democratici e alcuni di loro hanno conosciuto quello che si chiama “socialismo reale”, un partito unico, un’economia centralizzata e statale, una violazione duratura e ostinata della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, insieme agli errori e orrori della frustrante ideologia marxista-leninista. Noi cubani continuiamo a soffrire e siamo vittime di tutta questa povertà sia materiale che spirituale che è generata dal regime totalitario da oltre mezzo secolo. Abbiamo bisogno di solidarietà per la nostra degna causa, in favore della verità, della libertà, della giustizia e dell’amore, specialmente da quel Regno di Spagna che soffrì in ugual misura sotto la dittatura franchista e conosce quello che è il valore del sostegno internazionale.

Ripeto: solidarietà è quello che chiediamo a questo vertice per lottare per una nuova Cuba che possa essere “di tutti, con tutti e per il bene di tutti” come in maniera esemplare ci ha dimostrato il nostro Apostolo dell’indipendenza José Martí.

Pedro Argüelles Morán – Gruppo dei 75

Prigione provinciale di Canaleta, Ciego de Ávila

15
Mag
10

Yoani Sánchez. Cronaca di un arresto arbitrario

Il 24 Febbraio alle 15:20 uscii di casa con mia sorella Yunia Sánchez Cordero per andare in via Neptuno 963 tra Aramburu e Hospital. Lì, nella casa di Laura Pollán – membro delle Dame in Bianco – c’era il libro delle condoglianze per la morte di Orlando Zapata Tamayo. Camminammo a piedi, con la paura costante di essere seguite in qualsiasi momento. Il clima di tensione generato dalla morte di questo abitante di Holguin di 42 anni, ci faceva pensare che avremmo potuto incontrare ostacoli per strada fino alla casa di Centro Avana.

Circa trecento metri prima di arrivare a casa della signora Pollán, decisi di accendere un cellulare affinché registrasse quello che succedeva in caso di pericolo. L’esperienza dolorosa vissuta da me e altri blogger il 6 novembre 2009, quando fummo vittime di un sequestro illegale da parte dei membri della Sicurezza di Stato, ci fa temere che atti del genere possano capitare in qualsiasi momento. Quello che allora ci impedì di denunciare questo atto di violenza poliziesca fu il silenzio seguente dei testimoni. Potemmo contare solo sulla testimonianza degli accusati: Orlando Luis Pardo Lazo, Claudia Cadelo e la sottoscritta. Da quel momento, la paura di trovarmi un’altra volta in una situazione di impossibilità giudiziaria, mi fa portare sempre dietro un registratore e una fotocamera per poter riprodurre una testimonianza visiva o audio dell’accaduto. Il 24 febbraio scorso, la vita mi ha dato ragione e ha confermato le mie preoccupazioni.

Mentre eravamo davanti al portone numero 1004 di via Neptuno, fummo avvicinati da un gruppo di persone vestite normalmente che fingevano di bere rum. Questi uomini e donne si avvicinarono a noi chiedendoci i documenti d’identità. Replicai con forza che non avrei mostrato il mio documento senza prima sapere chi fossero e misi in dubbio che avessero l’autorità legale per chiedere una cosa simile, ma loro fecero scivolare velocemente un portafogli davanti ai miei occhi. Nella parte plastificata vidi a malapena una “E” blu, senza riuscire a capire chi fosse l’uomo che mostrava il documento né per quale istituzione lavorasse. Mentre chiedevo che mi mostrassero di nuovo i loro documenti, fummo accerchiate da circa sette persone. Due donne vestite in borghese mi immobilizzarono le braccia, mentre io insistevo che non mi toccassero. Chiesi che chiamassero la polizia in uniforme e con distintivo, perché non riconoscevo di quale corpo facessero parte quelle persone, che oltretutto mi stavano maltrattando e spingendo. Gridai che stavano commettendo un reato di coercizione, impedendomi di fare qualcosa che la legge non penalizzava. La risposta fu l’aumento delle loro violenze.

Riuscii a liberare una mano per prendere il cellulare e cercare aiuto, mentre continuavo a gridare affinché chiamassero un poliziotto in uniforme. Un vortice di violenza mi colpì bruscamente. Uomini e donne cominciarono a spingermi e a tirarmi i capelli. Una brunetta di circa venticinque anni e dal viso orientale mi graffiava con le sue unghie affilate. Io cercavo di difendermi e facevo il possibile per liberarmi da quel gruppo. La strada era piena di persone, dai balconi la gente guardava l’accaduto inorridita. Dopo seppi che questi uomini avevano raccontato che io e mia sorella eravamo delle ladre che stavano cercando di rubare in una casa.

Sentendo lo stridere di pneumatici mi resi conto che stava arrivando un furgoncino, uno di quelli con il vano adibito a cella. Scesero dalla vettura alcuni poliziotti in uniforme senza distintivo. Si unirono agli altri aggressori, senza neanche spiegarmi il motivo della mia aggressione o detenzione. Io gridavo: “Lasciatemi!” ma questo non faceva altro che far aumentare la loro rabbia contro di me. Ricordo un poliziotto brizzolato, particolarmente cattivo, che mi trattenne per i polsi lanciandomi contro le scale dell’auto-cella. Caddi faccia a terra, e mentre sentivo che mi trattenevano e mi colpivano, una delle donne vestite in borghese si lanciò contro di me. Mia sorella era già stata spinta con la forza dentro il furgone. Alla fine riuscirono a rinchiudermi in uno spazio largo due metri per uno. Seduti sopra una panca metallica c’erano un uomo che mi guardava in maniera minacciosa – non aveva la divisa – e una donna giovane che aveva partecipato poco prima al mio attacco e che era anche lei in borghese.

Tutto era dipinto di un grigio che metteva paura, isolato se non per due piccole griglie che lasciavano vedere la parte anteriore – dove si trovavano tre uomini – e la parte posteriore che era occupata da due poliziotti in uniforme.

Fu un viaggio breve nel quale pretesi che venissero riconosciuti i miei diritti riuscendo così a far arrabbiare l’omone che si trovava nella parte anteriore del furgone. Mi gridò di stare zitta e che la smettessi di rompere. Un poliziotto che si trovava dietro mi disse invece che loro rappresentavano la Rivoluzione. Il furgone-cella si fermò, mi resi conto che eravamo arrivati a destinazione. Aprirono il portellone e prima presero mia sorella. Lei gridò che non mi lasciassero da sola lì dentro, così il poliziotto brizzolato mi prese da un braccio e mi scaraventò in mezzo alla stazione di polizia Infanta y Amenidad. Mi resi conto che ci trovavamo in quella particolare stazione perché da terra vedevo le finestre del palazzo che si trova all’angolo di Infanta y Manglar, quello che chiamano “Fama e applauso” perché ci vivono solo persone che compaiono in tv o scrivono nei giornali. Continuarono a prendermi a calci mentre io sbraitavo a più non posso e chiedevo perché mi trovassi lì. Portarono mia sorella dentro la stazione, mentre sei persone mi prendevano per braccia e gambe e mi trasportavano come se fossi un animale prima di essere sacrificato. Il nostro arrivo in quella stazione non fu notificato, non ci registrarono mai. Entrammo infatti dalla parte posteriore della stazione. Un paio di autisti che si trovavano lì insieme ad alcuni cuochi, si guardavano lo show violento che nel frattempo avveniva nel cortile. Nessuno intervenne, nessuno chiese di smettere di colpirmi.

Portavo una gonna, quindi la mia intimità fu violata da chi mi colpiva e gli stessi non si preoccuparono minimamente del fatto che fossi trasportata mostrando la biancheria intima. Mi spinsero in un corridoio stretto con due celle ai lati. Mentre mi trovato lì stesa continuavano a darmi calci nei reni. Sentii allora una voce che gridava. Era Ricardo Santiago, che mi riconobbe e cominciò a gridare che non mi picchiassero. Furono dei momenti drammatici, alla voce di Ricardo si unì quella di Eugenio Leal, rinchiuso nella cella degli uomini. Gli aggressori si portarono via il cellulare che – per loro sfortuna – continuò a registrare le loro voci per alcuni minuti. Arrivò a quel punto un uomo sui quaranta, vestito in borghese, che mi ordinò di alzarmi per poter aprire la cella e spingermi dentro. Pretesi di sapere chi fosse per darmi ordini, oltre a chiedergli perché i poliziotti non avessero i distintivi. “La polizia non li usa più” fu la sua risposta, cosa che mi lasciò ancora più inorridita davanti alle falsità e alle bugie che mi circondavano. Non solo il mio arresto e quello di mia sorella era illegale, ma neanche la reclusione obbligatoria nella stazione di polizia di Infanta y Amenidad seguiva i criteri imposti dal codice penale. Ero in mano a gente che non seguiva la legge. Poteva succedermi di tutto. Dissi che sarei entrata nella cella, ma aggiunsi che loro stavano commettendo qualcosa di illegale e che era un vero e proprio sequestro. Lì dentro ci aspettava una prigione buia che puzzava di urina.

Nella cella di fronte alla nostra si trovavano alcuni amici e conoscenti che erano stati incarcerati per lo stesso motivo. Erano stati intercettati all’entrata o all’uscita della casa di Laura Pollán. Tutti eravamo vittime di azioni illegali che violavano i nostri diritti. Io e mia sorella dividevamo la cella con una donna che era stata incarcerata per traffico clandestino di alcol. I minuti passavano e le mie nocche mostravano i segni di ferite fatte nel momento in cui avevo afferrato lo sportello del furgone-cella per non farmi sequestrare.

Erano già passate le cinque di sera quando un uomo in borghese dalla voce pacata venne a dirci che eravamo libere di andare a casa. Io gli risposi che non era così facile rapire un cittadino, maltrattarlo, segregarlo illegalmente e poi dirgli che poteva andarsene a casa. Pretesi che fosse certificato che eravamo state detenute, se no l’avrei considerato come un rapimento. Dissi che se mi avessero liberata sarei andata nuovamente nel posto del libro delle condoglianze, dove mi stavo dirigendo prima di essere sequestrata. Lui ci pensò un attimo, poi ci disse di aspettare, questa volta nello stretto corridoio dove più di un’ora prima ero stata scaraventata con violenza. Evidentemente l’uomo, che aveva tutto l’aspetto di un funzionario della sicurezza di Stato, si consultò con il suo superiore per sapere cosa fare in merito al nostro rilascio.

Tornò venti minuti dopo e mi condusse – con una gentilezza simile a quella che già avevo ricevuto in precedenza – in un ufficio al piano superiore della stazione di polizia.

Il tetto che cadeva a pezzi, un telefono tenuto insieme con nastro adesivo e due uomini vestiti in borghese fu quello che trovai entrando in quell’ufficio. L’uomo che portava una camicia a quadri arancioni e che era strabico da un occhio chiese di mia sorella. “È rimasta giù, nessuno le ha detto di salire”, gli risposi, e lui allora andò a cercarla. L’altro mi indicò una sedia e mi disse di sedermi. Le mie nocche sanguinavano e l’uomo alla mia sinistra le controllava con lo sguardo. “Qual è il tuo nome, Yordani o Yoanis?” Chiese. “Questo trucco del non conoscere il nome dell’interrogato è vecchio. Mi chiami come le piace di più, il mio secondo nome è Maria. Mi chiami Maria”. Ricordò allora miracolosamente come mi chiamavo e cominciò a parlare. Riassumendo, le sue parole dicevano che c’era stato un “errore di procedura”, a queste io aggiunsi che con un altro errore di procedura simile alla fine mi avrebbero uccisa.

Sulla sedia riposava il telefono fuori posto. Qualcuno – sicuramente – ascoltava dall’altro capo.

Si identificò con il nome di Samper, capo della sezione 21, quella che “si occupa” dei giornalisti dissidenti indipendenti, blogger e gente che non seguiva il regime in generale. Aveva all’incirca 52 anni, capelli brizzolati tendenti al bianco, aspetto curato e occhi chiari. Gli dissi che vedendolo, avevo scartato l’ipotesi che fosse uno dei partecipanti al rapimento del 6 Novembre. Quando feci la descrizione a uno degli uomini che violentemente mi avevano portato dentro il Geely nero, molti mi dissero che la descrizione coincideva con quella di Samper. A quel punto ebbi la conferma che ancora stavo cercando, non avevo ancora individuato uno dei colpevoli del primo rapimento, ma almeno il responsabile di questo secondo sequestro era di fronte a me. Dissi chiaro che li avrei denunciati a tutte le istituzioni possibili e lui pronunciò una frase con una forte carica teatrale: “Sono qui per porgere le mie scuse”. “Non le accetto. Se c’è stato un errore di procedura allora dovete lasciare liberi i miei amici che continuano a essere rinchiusi al piano di sotto”. Cambiò conversazione e rimarcò il fatto che era dispiaciuto per avermi conosciuta in un’occasione come questa. Si offrì di portarmi in macchina fino a destinazione. La mia zona lombare a quel punto gridò di no, che da novembre scorso vivo con il terrore di questi veicoli dove si viaggia con la testa abbassata. Ironizzai dicendo: “Posso andare a piedi. Queste gambe – mi toccai i polpacci – le ho per andare in giro per la mia città”.

La conversazione obbligata finì, mi restituirono la mia carta d’identità e ci liberarono entrambe. Come due capre ostinate ci dirigemmo nuovamente al monte, alla casa dove ci avevano impedito di andare e dove ci aspettava un libro di condoglianze. Quando ci restituirono le nostre cose, ci assicurammo che non si fossero accorti che tutto era stato registrato dal cellulare. Ascoltammo la traccia audio, addolorate dal grado di violenza e illegalità che trasmetteva, ma soddisfatte di averli colti in flagrante per una violazione del genere.

Questa settimana consegnerò una copia della registrazione, accompagnata da una denuncia al Ministero militare della Repubblica. Farò in modo che arrivi anche agli organismi internazionali che si occupano di diritti umani, protezione dei giornalisti e di tutti quelli che subiscono maltrattamenti o violazioni. Alcuni avvocati mi aiutano in questa causa. Pur avendo poche possibilità che qualcuno venga processato, per lo meno i responsabili sapranno che le loro atrocità non vengono nascoste dal silenzio delle vittime e dall’omertà imposta ai testimoni. La tecnologia ha permesso che tutto questo possa uscire alla luce.

Yoani Sánchez

13
Mag
10

Tyrannybook, la dittatura diventa “social”

“Stalkinare” gli amici di Facebook è ormai diventato di uso comune…quando parli con un amico che ti racconta qualcosa che gli è successo, nella maggior parte dei casi rispondi:” Si già lo so, l’ho visto su Facebook!”.

Bè adesso nasce un nuovo social network che ti dà la possibilità di   stalkinare qualcuno che davvero merita di essere perseguitato!

La sede portoghese di Amnesty International ha creato Tyrannybook. Iscrivendosi, è possibile controllare le violazioni dei maggiori dittatori mondiali e soprattutto tenersi aggiornati in tempo reale sulle malefatte di questi personaggi…bé l’utilità, si intuisce, è quella di far conoscere al mondo determinate situazioni che molte volte rimangono nascoste…in un modo ormai diventato “automatico” come quello di controllare la propria bacheca di Facebook.

Sicuramente non è consigliato “chiedere l’amicizia” di questi personaggi ma almeno si impara a starne lontani.

12
Mag
10

The Social Media Revolution

Scoprire quanto il mondo dei social media stia cambiando la visione mondo reale è scioccante. Sapere che Facebook è diventato l’attività principale su internet prima ancora dei siti porno lo è ancora di più.
Non siamo più noi a cercare notizie o prodotti di consumo ma che sono loro che cercano e arrivano da noi.

Se Facebook fosse un Paese, sarebbe più piccolo solo della Cina e dell’India.

Anche quest’anno Erik Qualman di SocialNomics ha realizzato la nuova versione dell’ormai celebre video Social Media Revolution.
Possiamo davvero fare a meno di internet?

11
Mag
10

Mediapolitika.com

CUBA E DIRITTI UMANI VIOLATI: YAMIL DOMINGUEZ IN SCIOPERO DELLA FAME

altro articolo…

Mediapolitika

11
Mag
10

Ascoltare le proprie emozioni

Una delle startup più interessanti che partecipa alla nonik 2010 competition.

Stereomood. Ogni canzone che ascoltiamo provoca generalmente in noi  un’emozione. Bè, da adesso abbiamo la possibilità di invertire il processo…ascoltare una canzone partendo proprio da un’emozione. Sentirsi allegri, festaioli, depressi, scazzati, incazzati ed avere la possibilità di ascoltare canzoni che seguano l’onda delle nostre emozioni.

Un’idea semplice ma geniale…tuning your emotions…bravi!




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